Tano, Ciccio o Calò

Tano, Ciccio o Calò

Tano, Ciccio o Calò

Io credo si volesse sentire altro: di excalibur, magari, di Artù, del Moro… storie si volevano sentire da quel misterioso straniero che millantava credito dicendo, figuriamoci! d’essere poeta e cantastorie. Proprio storie si pretendevano, e non Storia. Di quella se ne aveva piena, già allora, la bisaccia. Da queste parti, infatti, Storia non se ne trova in natura (all’opposto di quanto si crede) ma è proprio per questo che ce ne hanno sempre mandata a carrettate dall’estero.

Così, a lungo andare, quasi ci affogammo dentro. Con la Storia, per non sapere che altro farne, ci abbiamo puntellato le gallerie, fuso lo zolfo e rappezzato le mutande. E allora che se ne vada in fumo. Che se la mangino i vermi. La Storia.

È strano: in quel sabato d’aprile ci si inseguiva per vie sotterranee e, anche se non si parlò della stessa cosa né nella stessa lingua e, per dirla tutta, non ci si comprese per nulla, si finì per sfiorarsi. Alla pietas di Goethe che tacque la morte del re tedesco fece eco quella mia, pardon, dello zio (Tano, Ciccio o Calò), speculare, che tacque la sorpresa e il fastidio di sentirsi bombardato dai cannoni della Storia (avendo chiesto per parte sua solo storie) e tenne a freno persino l’ironia verso quel giovane crucco polentone che alla fine però salutò cordialmente, con un buffetto sul parrucchino (non sospettando che sotto la parrucca c’era il cranio di un Vate o, magari, eh! eh!, proprio per questo).

Ad un’omissione, dunque, se ne accompagnò un’altra, dal disegno altrettanto tenue, ma differente. Dalla loro sovrapposizione, attraverso la filigrana del fraintendimento, emerse l’immagine di una qualche specie di consonanza, forse di una comprensione.

In quella primavera del 1787, insomma, ci si scambiò, senza saperlo, un symbolon. Parola grossa ma non inadatta. L’ospite spezzò un coccio e ne offrì una parte all’ospite come segno di riconoscimento, affinché dalla parte mancante ognuno traesse un silenzioso richiamo. Un richiamo, tuttavia, velato dal fraintendimento: un simbolo vaporoso, tenue e vagante come nube.