“è, e non può non essere”

"è, e non può non essere"

“è, e non può non essere”

Siamo qui, lo vedete, ma come assenti, digeriti dal Tempo (Presente) e da qui a pochissimo evacuati e riciclati, tintinnanti e corpuscolari, specie di luminescenze polverose, bave di ragno impigliate tra gli anelli della grande catena dell’Essere, perché, proprio Essere, non possiamo: ci mancano le possenti fondamenta di ciò che “è, e non può non essere”.

Certo l’epoca non è propizia, eppure è da questa evanescente postazione che mi piacerebbe far giungere all’architectus felix (il costruttore, il vincitore di concorsi, il miracolato della professione, il beneficiario di premi e riconoscimenti) un flebile richiamo. No, non certo un consiglio (non mi sarebbe possibile) ma un’eco, piuttosto, come di spettatore che dagli spalti emette i suoi automatismi fonetici, così, senza alcuna pretesa d’essere preso sul serio (“passa all’ala che si è smarcata…crossa…lancia in area…dalla al portiere”,a nessuno frega niente, però lo si dice lo stesso). Vorrei invitarlo ad un piccolo mancamento simbolico, a un’assenza, per quanto minima: un autografo in meno, uno schizzo non firmato, una foto sfocata…che costa?

Dite che sono un fesso? Non lo nego.
Ma pensateci, se per un attimo potessimo dimenticare davvero gli architetti!
Dimenticarci!
Che meraviglioso evento sarebbe l’architettura! Come la scopriremmo, sempre, di nuovo! Toh…cos’è questa? Architettura. Architettura? Ma guarda!
Come risplenderebbe, senza quella patina opaca e appiccicosa che l’oscura…senza l’ego fangoso dell’architetto.

E invece eccolo lì: sportivo ed elegante, simpatico, aperto, chiacchierone e professorale. Rilassato e sorridente, l’uomo che nella vita non ha mai perso (se non il portamine, una volta, cosa che ancora lo riempie di stupore). Sempre una più del diavolo. Ed è lui a mostrare: cosa ci mostra? Se stesso e, secondariamente (ma solo perché, per ventura è Sua) l’Opera. The Work. The very wonderful Work.