“ad arte”

"ad arte"

“ad arte”

Goethe dice poco altro della sua visita in questa città dell’entroterra siciliano, per esempio che, venendo da Girgenti, “avrebbe voluto possedere il carro alato di Trittolemo” per sfuggire alla monotonia del paesaggio. Comprensibile tedio, perché quello che ad un viaggiatore in cerca della magna Grecia (ma incappato in questi spinosi deserti) non poteva non riuscire intollerabile era un’assenza, una mancanza, un vuoto. Per il verso esattamente opposto, inaccettabili gli erano sembrati pochi giorni prima i mostri di villa Palagonia, che, nel loro “pienissimo”, lasciano trasparire un vuoto ugualmente radicale e forse ancora più evidente perché voluto “ad arte”, vuoto di senso, tenebroso e imperscrutabile.

[07may2002]
Tuttavia anche nell’episodio raccontato dal poeta c’è un piccolo vuoto, una mancanza, ed io, che vorrei, se mi permettete, mancare a mia volta, vi rivelerò una cosa. Il vecchio, che chiedeva al viaggiatore notizie intorno ad un Federico II, non si riferiva al prussiano, morto l’anno prima, ma allo svevo, morto cinquecento anni prima. Questo mi certificano i tempi dell’isola, questo i suoi riflessi da balena inabissata. Questo, infine, la conoscenza certa, per vie tipologiche e fisiognomiche, di quel vecchio medesimo, che avrebbe anche potuto essere il mio trisavolo, o che, magari, ero io.

E a me oppure a mio zio, scusate tanto, cosa poteva importare di un cannoneggiatore prussiano, addirittura contemporaneo? Queste cose non si possono, certo, né raccontare né ascoltare perché chi le dice e chi le ascolta deve sempre ancora nascere, e potrebbe anche non farlo mai.

Ciò che invece può essere detto, e va detto, deve già essere precipitato dalla superficie della contemporaneità e aver toccato il fondo mitico dell’inattuale. La feccia immemoriale del mai successo, il limo prenatale dell’evento.