Di Ugo Rosa

Di Ugo Rosa

Di Ugo Rosa

Vorrei raccontarvi un fatto successo qualche tempo fa nella piccola città isolana in cui abito. Era il 28 aprile del 1787, era sabato, cosa di per sé aromatica, ed era anche una bella giornata. In piazza (quella piazza che ancora non s’era messa barba e baffi posticci per farsi chiamare, come altre mille, “Garibaldi”, e veniva dunque indicata come “piazza grande” e basta) c’erano alcuni vecchi seduti in cerchio attorno a due strane persone, due viaggiatori.

Parlavano, i vecchi e i viaggiatori, lingue differenti e molto di quel parlare era fatto di gesti. Uno dei due stranieri aveva un nome gutturale, difficile da dire per un siciliano, si chiamava Goethe, Johann Wolfgang Goethe, e così scrive nel suo diario:
…il buon vecchio borghese che ci ospitava ci condusse nella piazza, intorno alla quale le più notabili persone del paese erano sedute alla maniera antica e s’intrattenevano e vollero essere intrattenute da noi. Abbiamo dovuto parlare loro di Federico II, e l’interesse che sentivano per questo gran re era così vivo, che abbiamo loro nascosto la sua morte -che era avvenuta nell’agosto dell’anno precedente- per non suscitare, con questa cattiva nuova, malumore nei nostri ospiti.

“ad arte”

"ad arte"

“ad arte”

Goethe dice poco altro della sua visita in questa città dell’entroterra siciliano, per esempio che, venendo da Girgenti, “avrebbe voluto possedere il carro alato di Trittolemo” per sfuggire alla monotonia del paesaggio. Comprensibile tedio, perché quello che ad un viaggiatore in cerca della magna Grecia (ma incappato in questi spinosi deserti) non poteva non riuscire intollerabile era un’assenza, una mancanza, un vuoto. Per il verso esattamente opposto, inaccettabili gli erano sembrati pochi giorni prima i mostri di villa Palagonia, che, nel loro “pienissimo”, lasciano trasparire un vuoto ugualmente radicale e forse ancora più evidente perché voluto “ad arte”, vuoto di senso, tenebroso e imperscrutabile.

[07may2002]
Tuttavia anche nell’episodio raccontato dal poeta c’è un piccolo vuoto, una mancanza, ed io, che vorrei, se mi permettete, mancare a mia volta, vi rivelerò una cosa. Il vecchio, che chiedeva al viaggiatore notizie intorno ad un Federico II, non si riferiva al prussiano, morto l’anno prima, ma allo svevo, morto cinquecento anni prima. Questo mi certificano i tempi dell’isola, questo i suoi riflessi da balena inabissata. Questo, infine, la conoscenza certa, per vie tipologiche e fisiognomiche, di quel vecchio medesimo, che avrebbe anche potuto essere il mio trisavolo, o che, magari, ero io.

E a me oppure a mio zio, scusate tanto, cosa poteva importare di un cannoneggiatore prussiano, addirittura contemporaneo? Queste cose non si possono, certo, né raccontare né ascoltare perché chi le dice e chi le ascolta deve sempre ancora nascere, e potrebbe anche non farlo mai.

Ciò che invece può essere detto, e va detto, deve già essere precipitato dalla superficie della contemporaneità e aver toccato il fondo mitico dell’inattuale. La feccia immemoriale del mai successo, il limo prenatale dell’evento.

Tano, Ciccio o Calò

Tano, Ciccio o Calò

Tano, Ciccio o Calò

Io credo si volesse sentire altro: di excalibur, magari, di Artù, del Moro… storie si volevano sentire da quel misterioso straniero che millantava credito dicendo, figuriamoci! d’essere poeta e cantastorie. Proprio storie si pretendevano, e non Storia. Di quella se ne aveva piena, già allora, la bisaccia. Da queste parti, infatti, Storia non se ne trova in natura (all’opposto di quanto si crede) ma è proprio per questo che ce ne hanno sempre mandata a carrettate dall’estero.

Così, a lungo andare, quasi ci affogammo dentro. Con la Storia, per non sapere che altro farne, ci abbiamo puntellato le gallerie, fuso lo zolfo e rappezzato le mutande. E allora che se ne vada in fumo. Che se la mangino i vermi. La Storia.

È strano: in quel sabato d’aprile ci si inseguiva per vie sotterranee e, anche se non si parlò della stessa cosa né nella stessa lingua e, per dirla tutta, non ci si comprese per nulla, si finì per sfiorarsi. Alla pietas di Goethe che tacque la morte del re tedesco fece eco quella mia, pardon, dello zio (Tano, Ciccio o Calò), speculare, che tacque la sorpresa e il fastidio di sentirsi bombardato dai cannoni della Storia (avendo chiesto per parte sua solo storie) e tenne a freno persino l’ironia verso quel giovane crucco polentone che alla fine però salutò cordialmente, con un buffetto sul parrucchino (non sospettando che sotto la parrucca c’era il cranio di un Vate o, magari, eh! eh!, proprio per questo).

Ad un’omissione, dunque, se ne accompagnò un’altra, dal disegno altrettanto tenue, ma differente. Dalla loro sovrapposizione, attraverso la filigrana del fraintendimento, emerse l’immagine di una qualche specie di consonanza, forse di una comprensione.

In quella primavera del 1787, insomma, ci si scambiò, senza saperlo, un symbolon. Parola grossa ma non inadatta. L’ospite spezzò un coccio e ne offrì una parte all’ospite come segno di riconoscimento, affinché dalla parte mancante ognuno traesse un silenzioso richiamo. Un richiamo, tuttavia, velato dal fraintendimento: un simbolo vaporoso, tenue e vagante come nube.

Letterarietà

Letterarietà

Letterarietà

Nell’evaporare rinunciando ad ogni “letterarietà” (e ad ogni “letteralità”) questo simbolo trovò surrettiziamente la sua essenza. Essenza vuota di purezza inconsapevole, di inesprimibile vacanza. Perché se Goethe tacque una morte, velò una mancanza (quella di Federico il Prussiano) fu solo per custodirne un’altra, assai più profonda, un punto cieco costituito dal minuscolo vuoto che la Storia non riempie e che, pure, sta sempre nel suo mozzo. E se il vecchio, pure, tacque, fu per abitudine, per cortesia, ma in primo luogo per assenza di Storia, mancando la quale, sempre, si tace (chi, tra tutti noi scolari, non si ricorda “l’Assente”? Quel nome, in effetti solo un nome, che in classe veniva chiamato per i primi tre o quattro mesi dell’anno senza che nessuno rispondesse all’appello finché si capiva che lo sconosciuto, forse, non era mai esistito, o era evaporato nel nulla, se n’era andato chissà dove. Chi lo conosceva, chi l’ha conosciuto? Nessuno. Egli rimase, rimane e rimarrà per sempre Colui che manca, il senza Storia. Eppure ci accompagnerà tutta la vita, reso inossidabile, in effetti, dalla sua stessa assenza, immortale come un piccolo, povero dio, nella sua fragile e poderosa mancanza, nella sua infinita finitezza).

Sotto il silenzio del poeta (assente per elezione) e sotto quello del vecchio (assente per eredità e per razza) ci fu dunque vacanza e mancamento. Questo, ancora oggi, li accomuna.

Chi abita poco e lontano, come me, quel mancamento lo sperimenta ancora, vagamente, quando va (per esempio…) nella Città Eterna e resta annichilito dalla Presenza Monumentale della Storia, dal Presente che è tale perché Storico oppure dallo Storico che è tale perché è Presente.

Non giubila (che avrebbe da giubilare?) anzi, si accorge che lì tutte le cose sono Presenti a se stesse, Storiche e perennemente Monumentali e comprende d’essere portatore di un piccolo, fangoso, residuo non-storico, che non ne vuol sapere di monumentalizzarsi in Presenza, di un niente che può solo tacere, che si manifesta impedendogli di rispondere all’appello.

“è, e non può non essere”

"è, e non può non essere"

“è, e non può non essere”

Siamo qui, lo vedete, ma come assenti, digeriti dal Tempo (Presente) e da qui a pochissimo evacuati e riciclati, tintinnanti e corpuscolari, specie di luminescenze polverose, bave di ragno impigliate tra gli anelli della grande catena dell’Essere, perché, proprio Essere, non possiamo: ci mancano le possenti fondamenta di ciò che “è, e non può non essere”.

Certo l’epoca non è propizia, eppure è da questa evanescente postazione che mi piacerebbe far giungere all’architectus felix (il costruttore, il vincitore di concorsi, il miracolato della professione, il beneficiario di premi e riconoscimenti) un flebile richiamo. No, non certo un consiglio (non mi sarebbe possibile) ma un’eco, piuttosto, come di spettatore che dagli spalti emette i suoi automatismi fonetici, così, senza alcuna pretesa d’essere preso sul serio (“passa all’ala che si è smarcata…crossa…lancia in area…dalla al portiere”,a nessuno frega niente, però lo si dice lo stesso). Vorrei invitarlo ad un piccolo mancamento simbolico, a un’assenza, per quanto minima: un autografo in meno, uno schizzo non firmato, una foto sfocata…che costa?

Dite che sono un fesso? Non lo nego.
Ma pensateci, se per un attimo potessimo dimenticare davvero gli architetti!
Dimenticarci!
Che meraviglioso evento sarebbe l’architettura! Come la scopriremmo, sempre, di nuovo! Toh…cos’è questa? Architettura. Architettura? Ma guarda!
Come risplenderebbe, senza quella patina opaca e appiccicosa che l’oscura…senza l’ego fangoso dell’architetto.

E invece eccolo lì: sportivo ed elegante, simpatico, aperto, chiacchierone e professorale. Rilassato e sorridente, l’uomo che nella vita non ha mai perso (se non il portamine, una volta, cosa che ancora lo riempie di stupore). Sempre una più del diavolo. Ed è lui a mostrare: cosa ci mostra? Se stesso e, secondariamente (ma solo perché, per ventura è Sua) l’Opera. The Work. The very wonderful Work.

La storia finita: ancora un appello (stavolta per gli assenti)

La storia finita- ancora un appello (stavolta per gli assenti)

La storia finita: ancora un appello (stavolta per gli assenti)

E in che si differenzia l’Opera da quel raggio di sole in giacca da passeggio che l’ha partorita e che adesso la illumina e la mostra? In nulla. È fatta a sua immagine e somiglianza, cosicché mostrandoLa egli mostra, appunto, Se stesso. Si mette in mostra. Del resto basta guardare la copertina di una rivista di architettura: raramente se ne percepiscono gli argomenti, ma sui protagonisti siamo informati sempre. Sin dalla prima pagina è messo in chiaro che quel che conta non è il cosa ma il Chi, il cosa né è mera funzione. Chi compra, infatti, compra comunque una firma: se è celebre, bene, se non lo è potrebbe pur sempre diventarlo. Tra l’architetto minimalista, quello decostruzionista e quello high-tech sussistono ancora differenze di tipo chimico (a temperatura ambiente le scemenze del primo evaporano, quello del secondo esplodono e quelle dell’ultimo congelano) ma, dopo la decantazione, il deposito epocale è lo stesso: una firma.

Ricordate l’architetto di Cnido? La piccola canaglia che scolpisce il suo nome sotto lo strato di intonaco sul quale è invece scritto quello del re che gli aveva commissionato l’opera, in modo che questo, con gli anni, scompaia e quello rimanga inciso in eterno? Quanti architetti lo prendono a modello! Egli è, molto giustamente, il loro santo protettore.
Io invece, detto fra noi, sto con il re, suo signore e padrone. E mi compiaccio se questi, accortosi della furberia plebea di quel magliaro, gli abbia fatto mozzare lingua e orecchie cacciandogliele, dopo, nel gargarozzo. Niente di personale.